Questione morale e austerità: quello che EB disse e quello che gli fanno dire

Lo scorrere del tempo e la ragguardevole distanza che ormai intercorre tra l’esperienza politica di Enrico Berlinguer e l’attualità non hanno ancora fatto giustizia del senso vero e compiuto di alcune sue intuizioni. Su alcune delle quali si continua anche oggi ad esercitare un gioco al ribasso fatto di semplificazioni fuorvianti, di distorsioni di comodo, quando non di vere e proprie strumentalizzazioni. Su due temi in particolare (braci ancora accese) ai quali abbiamo dedicato due capitoli del nostro libro, questo avviene ancora di frequente: la questione morale e l’austerità.  Confrontiamo brevemente cosa diceva Enrico Berlinguer con quello che vogliono fargli dire.

Questione morale. Il direttore Claudio Cerasa, in un recente articolo sul Foglio (Eugenio Scalfari e la differenza tra società del ricatto e del riscatto, 16 maggio 2017) cita Berlinguer sostenendo che dalla posizione espressa nella famosa intervista a Eugenio Scalfari del 28 luglio 1981 sarebbe derivato il moralismo come strumento di lotta politica, la mitizzazione della magistratura e della società civile contrapposte a una politica corrotta, e il giustizialismo di certa sinistra.

In realtà, come abbiamo sottolineato nel libro, l’attenzione di Berlinguer per la cosiddetta “questione morale” nasce assai prima dell’intervista a Scalfari. Comincia a prendere corpo infatti intorno al 1974, sulla scia dello scandalo dei petroli e, poco dopo, dello scandalo Lockeed. Il 4 giugno 1974 Berlinguer, davanti al Comitato Centrale del suo partito, definì così il problema: “E’ urgente dare inizio a una fase in cui si metta fine ai finanziamenti occulti, agli intrallazzi, alle ruberie, al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti (la salute, la difesa del paesaggio, e del patrimonio artistico, l’ordinato sviluppo urbanistico, l’onesto rispetto della legge e dell’equità) agli interessi privati, di parte, di corrente, di gruppi e uomini nella lotta per il potere. In questo campo, ciò che innanzitutto conta – al di là della cortina fumogena di tutte le ipocrite prediche moraleggianti sulla “classe politica” – sono i fatti, le decisioni politiche e parlamentari”.

Dove, oltre all’esplicito rifiuto del moralismo antipolitico, è da notare la parentesi in cui vengono elencati, con uno spunto di una modernità abbagliante, quelli che oggi si chiamerebbero i “beni comuni” da preservare: la salute, il paesaggio, la cultura, la legalità, la lotta alle disuguaglianze.

Uno dei temi principali dell’intervista a Scalfari sono i partiti. “I partiti di oggi – dice – sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”….I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali….E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti”.

Commenta nel libro uno degli intervistati, il professor Alberto Vannucci, esperto dei fenomeni della corruzione. “Berlinguer la chiama ‘questione morale’, ma il tratto straordinario della sua riflessione è che questo non implica alcuna connotazione moralistica. E’ invece una questione che possiamo anche chiamare ‘morale’ in quanto espressione chiara e comprensibile, ma è di tipo sostanzialmente politico-istituzionale”. Che nulla ha a che fare con il moralismo e il giustizialismo di cui sopra.

Austerità. “La vicenda dell’austerità nella parabola politica di Berlinguer – scriviamo nel nostro libro all’inizio del capitolo dedicato a questo tema – è la storia di una incomprensione e di una lettura superficiale della proposta del leader comunista che fu data da destra e da sinistra e che per certi versi continua”. (Di recente Paolo Armaroli, editorialista del Corriere Fiorentino, ha definito Berlinguer “filosofo della miseria perché cantore dell’austerità”. Un bell’esempio di ignorante disprezzo, che merita solo una parentesi).

Una attenta rilettura nelle Conclusioni al Convegno degli intellettuali  del 1977 al Teatro Eliseo di Roma permette di apprezzare ancora oggi la sua visione dell’austerità, che nasceva da una analisi strutturale della crisi internazionale che in quegli anni stava maturando e dalle caratteristiche e dai limiti dello sviluppo capitalistico. Per Berlinguer la politica di austerità non è “né uno strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione di ingiustizie sociali” e neppure “una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi”, bensì un’occasione “per uno sviluppo economico…e sociale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’assetto della società, per la difesa e l’espansione della democrazia”. Nuovo modello economico – scriviamo ancora – giustizia sociale globale e equilibrio ambientale costituiscono la triade che caratterizza il pensiero e l’azione politica del ‘secondo’ Berlinguer, quello che dalla crisi del compromesso storico e dalle vicende italiane alza lo sguardo per allargare l’orizzonte verso il resto del mondo.

Come sul tema della questione morale, anche su quello dell’austerità Berlinguer rifletterà a lungo, sviluppandone i diversi aspetti. Così sul numero 32 di “Rinascita” del 24 agosto 1979, ad esempio, aggiungerà aspetti di interesse ancora attuale: “Il nostro discorso sull’austerità – scrisse – non si limitava tuttavia solo a porre un’esigenza di migliore giustizia distributiva […] Il nostro discorso proponeva e propone alla società italiana e alle sue diverse componenti una politica economica nuova, nella quale i problemi della quantità dello sviluppo e della sua qualità, della sua espansione e delle sue finalità si saldino […] ma anche sulla forma e sulla qualità dei consumi […] ”.

Susanna Cressati

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