L’Unità: l’archivio storico digitalizzato è clandestino

Nel 2015 con Simone Siliani avevamo appena cominciato a cercare, leggere, analizzare documenti e temi che avremmo riversato poi nel libro “Berlinguer. Vita trascorsa, vita vivente”. Fin dai primi passi ci eravamo imbattuti in una notevole difficoltà nel reperire i materiali originali a cui volevamo attingere e subito diventò quotidiana per noi l’abitudine di scandagliare l’archivio storico digitalizzato dell’Unità, strada maestra e veloce per chi avesse voluto, come noi, avere a disposizione documenti della direzione nazionale del PCI, tesi e interventi congressuali, molti discorsi del segretario riportati integralmente. Una vera e propria miniera che offriva le sue pepite d’oro con la semplicità che solo può essere il risultato di un lavoro complesso e fatto bene. Un giorno improvvisamente, e incomprensibilmente, il canale si spense.

Una intricata vicenda societaria, con risvolti giudiziari altrettanto complessi, portò circa un anno fa all’oscuramento del prezioso deposito storico, in seguito parzialmente ritrovato nei meandri del deep web, disponibile a un indirizzo internet consultabile solo con il browser Tor e, dicono, frequentato da un paio di centinaia di persone ogni giorno. Mentre scrivo alzo gli occhi dalla scrivania e osservo le due copie originali dell’Unità, una del 1943 e una del 1944, che mi furono regalate molti anni fa. Non posso fare a meno di pensare a quegli anni di fuoco, quando c’era chi rischiava la vita per far uscire dalle tipografie segrete (ce n’era una vicino a casa mia) questi foglietti ingialliti, sui quali Palmiro Togliatti esortava alla “lotta senza quartiere contro nazisti e fascisti”. E penso con amarezza che l’Unità, il giornale in cui ho lavorato per venticinque anni della mia vita professionale, è tornato di nuovo nella clandestinità.

La storia dell’archivio digitalizzato dell’Unità non è solo una storia triste. E’ una storia che fa orrore all’intelligenza, alla memoria, alle ragioni della nostra democrazia e a tutti coloro che, illustri o ignoti, hanno lavorato per fondarla, svilupparla, difenderla. A denunciare con grande forza la situazione è stato un anno fa Pietro Spataro sul suo blog e oggi di nuovo torna alla carica il sito Strisciarossa, mentre le dichiarazioni di Walter Veltroni (“È un assassinio della memoria, l’indisponibilità a tenere in rete questo patrimonio è un atto di violazione di elementari principi di civiltà culturale. Lì dentro c’è la storia del fascismo, della resistenza, della liberazione, della ricostruzione, della sinistra, del movimento operaio, dei partiti, del sindacato…”) vengono rilanciate in prima pagina da Repubblica.it. Tutti invocano un intervento pubblico per salvare quello che a tutti gli effetti è un pezzo di storia politica, sociale, culturale e giornalistica del nostro paese, un vero e proprio patrimonio nazionale.

Confesso che, nonostante queste uscite, i meccanismi di quanto è accaduto non mi risultano del tutto chiari. Le conseguenze però sì, e nessuno le conosce meglio di chi ha frequentato l’archivio per tanti anni, per ragioni professionali, politiche, di studio, di approfondimento e vorrebbe ancora avere la possibilità di farlo. Chiarissima è infine la responsabilità di quanti, in questi anni, hanno gettato al vento consapevolmente un patrimonio, una presenza, una realtà politica e culturale diffusa, autorevole, originale, radicata. Sono d’accordo con chi, analizzando le vicende più o meno recenti della politica, sostiene che tutto ciò non era affatto inevitabile. E di conseguenza che non era ineluttabile che a questa “sparizione” si accompagnasse anche l’eclissi degli strumenti che quel patrimonio avevano contribuito a formare, sostenere e divulgare. 

Susanna Cressati

Questo articolo è comparso sul n. 247 del 27 gennaio 2018 della rivista online Cultura Commestibile.

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