9 Maggio, Festa dell’Europa. Ricordando Berlinguer europeista

Il 9 maggio si celebra la festa dell’Europa. La data è l’anniversario della storica dichiarazione di Schuman, considerata l’atto di nascita dell’Unione europea. In occasione di un discorso a Parigi, nel 1950, l’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman ha esposto la sua idea di una nuova forma di cooperazione politica per l’Europa, che avrebbe reso impensabile una guerra tra le nazioni europee. Berlinguer fu europeista convinto e critico nello stesso tempo. A questo tema abbiamo dedicato un capitolo del nostro libro. Ecco alcune altre riflessioni.

L’Europa, la pace, lo sviluppo

di Susanna Cressati

Era questo il titolo di una intervista rilasciata da Enrico Berlinguer alla rivista culturale del PCI “Critica Marxista” (curatore del testo Aldo Zanardo) e pubblicata nel numero 1-2 (gennaio-aprile) del 1984. Eravamo alla vigilia delle seconde elezioni per il Parlamento europeo. Quello dell’Europa, in quei mesi come in questi nostri anni, era un tema caldo.

Molti commentatori hanno legato Berlinguer, la sua idea e la sua proposta sull’Europa soprattutto all’eurocomunismo, e anche alla posizione critica che il Pci tenne al nascere delle istituzioni comunitarie (nel 1957 il Pci votò contro i trattati che istituivano il Mec). Ma rileggere Berlinguer ancora oggi rafforza la convinzione europeista. Perché lui stesso lo era convintamente. Come riconobbe Altiero Spinelli proprio nei drammatici giorni del giugno dell’84 (Berlinguer stava morendo) in una intervista rilasciata al giornalista dell’Unità Romano Ledda: “E’ stato lui – dice Spinelli – che ha portato a compimento, con rigorosa conseguenza, la saldatura tra democrazia e socialismo e una politica comunista tesa a conquistare un’Europa fatta dagli europei…In questi anni al Parlamento europeo c’erano molti segretari di partito. Ma l’unico che ho visto impegnarsi, intervenire nei momenti decisivi— ed essere ascoltato con attenzione — è stato Berlinguer. Ha creduto davvero all’Europa e nella fatica che ha provocato il male si deve mettere nel conto anche questa battaglia».

L’intervista a Critica Marxista è come sempre per i testi del segretario densa e puntigliosa. All’intervistatore che gli propone il tema delle possibilità di sopravvivenza della CE “non è pensabile – risponde – che la via d’uscita dalla crisi della Comunità europea possa consistere nel ripiegamento di ogni singolo Stato sulla sua peculiare identità, nel rinchiudersi nelle particolarità dei propri interessi…non ha senso per chi abbia un minimo di lungimiranza e sappia guardare non solo ai tempi brevi ma anche a quelli medi e lunghi”

Quello che Berlinguer mette in discussione è piuttosto la “forma”, il modo, quello liberal-conservatore di una integrazione meramente economica e commerciale, in cui “si è supposto” di realizzare l’Europa unita. Una idea che deve avere invece, a suo avviso, tre “gambe” ben definite: l’unità politica, l’indipendenza sul piano internazionale (siamo nell’epoca dei blocchi) e l’autonomia di iniziativa.

Berlinguer insiste sul quadro internazionale complessivo di gravissime diseguaglianza e squilibri tra nord e sud del mondo, che non provoca soltanto indigenza e arretratezza, ma anche tensioni, conflitti, mancato sviluppo della democrazia. Si riferisce all’Asia e dell’Africa che “si affacciano sui nostri mari” e del “mondo sterminato che i prolunga dentro questi due continenti”. Sostiene che questo quadro problematico, drammatico, esige un’Europa “politicamente unita e indipendente, economicamente avanzata, che voglia e sappia cooperare (e cooperare periteticamente) per o sviluppo” e che allo stesso tempo sappia costruire la ripresa della sua stessa competitività, aree meridionali e mediterranee comprese.

Una idea che coincide con quella che Spinelli avrebbe tratteggiato per l’Unità. “Tu ribadisci – dice Ledda all’autore del Manifesto di Ventotene – una idea dello sviluppo in Europa che mi pare collimi con quella di Berlinguer: battere il sottosviluppo nel Terzo mondo non è un favore ai “continenti della fame” ma una condizione indispensabile per Io sviluppo del nostro continente”. “Sì – risponde Spinelli – E’ uno dei punti di maggiore contatto che ho col PCI e personalmente con Berlinguer. Di lui non dimenticherò mai il famoso discorso sulla “austerità” che fu male capito. Non illudiamoci. Se noi pensiamo di rimettere in moto l’economia europea puntando solo sulle nostre locomotive, non solo l’abisso col resto del mondo diventerà catastrofico, non solo un isolotto di paesi “ricchi” sarà tormentato da burrasche terribili, ma dubito anche che si possa pensare a uno sviluppo armonioso e duraturo in Europa…Io sostengo una idea molto semplice. Se vogliamo salvare l’economia europea dobbiamo varare un grande Piano Marshall — in e con una cornice politica diversa, è chiaro— verso il Sud del mondo. È una idea semplice ma non facile perché urta nelle resistenze delle forze conservatrici e privilegiate dell’Occidente e anche in quelle che si annidano nel Terzo mondo. Ma questa è la politica da fare».

Secondo Berlinguer due grandi energie devono essere messe al servizio dell’Europa.

La prima è quella delle forze operaie, socialiste e popolari dell’occidente e delle loro rappresentanze politiche, che “devono prendere nelle loro mani la causa dell’unità e dell’autonomia dell’Europa. Una tale determinazione non può non sollecitare altri strati sociali democratici e produttivi a pensare agli interessi profondi, e non soltanto immediati, dei loro paesi. Così a un’Europa conservatrice, e quindi debole, può succedere un’Europa forte, progressiva e democratica, con un ruolo attivo nella promozione dello sviluppo e della pace”.

L’altra energia è quella della cultura e della storia. Secondo il segretario né i partiti né i movimenti sociali da soli sarebbero in grado di costruire un’Europa unita e autonoma, senza “una cultura che pensi l’Europa, la sua identità, le sue radici, il suo destino, e che pensi la pace e lo sviluppo, e l’Europa come artefice di questi obiettivi”. Quanto si è dibattuto circa le “radici” dell’Europa. Ecco le sue parole, laiche, nuove ed attuali: “Da quasi tremila anni grandi esperienze di civiltà sono fiorite su questa nostra terra, e noi viviamo in mezzo a ciò che è rimasto, eredi ma anche testimoni, custodi e interpreti attuali della più grande costruzione umana che sia dato conoscere. Senza questo passato dell’Europa, senza il lascito della specie umana vissuta sulla nostra Terra, l’umanità sarebbe priva di un suo punto di riferimento costitutivo. Anche una guerra locale in Europa, ammesso che sia possibile, metterebbe fine a molta vita vivente, e a questa grande vita divenuta testimonianza storica. La vita vivente conta certo più di quella trascorsa; ma anche questa umanità già vissuta conta in modo determinante”.

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