Dare un senso al lavoro

Il 26 settembre del 1980 Berlinguer arrivò a Torino e fece il giro delle fabbriche in lotta. Gesto quanto mai discusso. A Luciano Lama che gli chiedeva se credesse di aver fatto bene il segretario del Pci rispose: “Questo è il momento in cui bisogna spendere tutto e dar la prova ai lavoratori che siamo con loro”. Da che parte stava Berlinguer? Non c’erano dubbi, dalla parte dei lavoratori.

Si potrebbe anche dire meglio, con una variazione semantica, dalla parte del lavoro. Perché il tema della centralità del lavoro nella cultura della sinistra, sempre presente in Berlinguer, ritorna nel corso della sua esperienza politica in forme sempre nuove, con il modificarsi della struttura sociale ed economica del paese.

Nell’articolo su Rinascita del ’79, “Il compromesso nella fase attuale”, lo dice chiaramente, sottolineando la necessità di riflettere sul “significato, il senso stesso dello sviluppo…il che cosa produrre, il perchè produrre. Ma ciò vuol dire porsi il problema – aggiunge – di quale intervento deve operare la classe operaia nella struttura economica del paese per introdurvi le risposte ai nuovi perchè, cioè le motivazioni nuove capaci di dare un senso al lavoro e alle misure nuove che lo garantiscano a tutti”.

Berlinguer è pienamente consapevole delle grandi trasformazioni nella struttura produttiva che stavano cambiando il volto della classe operaia. E infatti, in una intervista rilasciata a Ferdinando Adornato sull’Unità nel 1983, respinge l’equazione: la classe operaia sta morendo – con essa muore la spinta principale alla trasformazione. E indica invece, come già aveva fatto in un altro articolo pubblicato su Il Contemporaneo nel 1981, altri strati della popolazione “che assumono, anch’essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori. E poi ci sono le donne, i giovani…” .

Ai nostri giorni il richiamo al lavoro ha tuttavia assunto forme e toni diversi da quell’epoca. La connotazione del lavoro come fondamento della Repubblica, come diritto capace di infondere libertà e dignità alla persona sta rapidamente sbiadendo. Dice Stefano Massini nel suo ultimo libro (Lavoro, Il Mulino 2016): “…la parola «lavoro» porta su di sé tutti i graffi di un’epoca confusa. Idolatrato dai nostri nonni e castamente amato dai nostri padri, oggi il lavoro ha finito da tempo di essere un luogo di aspettative o di conferme, caricandosi di tutte le possibili inquietudini di una suprema incognita… Figlia di un momento storico rimasto senza bussola, la parola “lavoro” rimbalza sulle nostre bocche come farebbe lo sporadico frammento di un ricordo dentro una generale amnesia. Sentiamo che aveva un senso, che rappresentava molto di più di ciò che noi oggi le attribuiamo. Forse percepiamo perfino un vago sentore di origini preziose, e intuiamo un brillare lontano. Ma è solo l’eco di un discorso andato”.

Stiamo assistendo ad una sorta di allontanamento, di scissione tra il lavoro e i diritti. Che è questione che chiama in causa le ragioni profonde della democrazia. Circa il principale compito della cultura riformatrice Nadia Urbinati, intervistata per il nostro libro “Berlinguer. Vita trascorsa,vita vivente” non ha dubbi: “Ricostruire una cultura riformatrice dovrà comportare la ricomposizione del legame tra lavoro e diritti…È quindi sulla capacità della politica di ricatturare il lavoro che si gioca il futuro delle nostre democrazie”. (Da emancipazione a fatica la metamorfosi del lavoro, La Repubblica 6 aprile 2016).  L’obiettivo di Berlinguer, “dare un senso al lavoro”, è un obiettivo attuale.

Susanna Cressati

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